dicembre 5 2011 |
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Mondoreale
Ho cominciato a lavorare e versare contributi nel 1992. Tra alti e bassi e varie configurazioni (partita IVA, contratti a progetto, emolumenti da amministratore delegato, e INPS + ENPALS), nel 2012 avrò lavorato per vent’anni. Tra i nati negli anni intorno al ’69, il mio anno di nascita, mi considero fortunato per due ragioni: la prima è che ho cominciato a lavorare piuttosto presto rispetto alla media; la seconda è che ho seguito molto da vicino l’innovazione tecnologica (strumenti e processi), perchè è sempre stata parte integrante della mia attività professionale.
Perché la seconda ragione è importante?
Ieri è stata varata la manovra di salvataggio del paese da parte del governo di emergenza presieduto da Mario Monti, e tra le misure, forse la più importante é l’aumento dell’età pensionabile; sacrosanto, dicono in molti, perchè l’aumento dell’aspettativa di vita e del benessere generale ci chiede di contribuire più di prima al prodotto interno lordo e di gravare meno sul bilancio statale. Se esaminiamo il dato meramente biologico possiamo anche essere d’accordo, ma se guardiamo la realtà delle aziende di oggi, e se ne immaginiamo una ipotetica proiezione a vent’anni, vediamo un popolo numeroso di 60 / 65enni assolutamente spaesati di fronte alle innovazioni tecnologiche che permeano a tutti i livelli il quotidiano di un’impresa di medio/grandi dimensioni. Persino chi come me è cresciuto dentro computer e rete, non può non chiedersi “ma come sarà fra 15 o 20 anni?”, sapendo che la crescita è esponenziale, che negli ultimi dieci anni sono successe cose che nei dieci precedenti erano inimmaginabili, ma sopratutto – ed è qui il punto – non tutta l’innovazione è andata nella direzione di una migliore esperienza utente , anzi. Il “poter fare di più, più in fretta e a costi più bassi” é frequentemente, andato a discapito della capacità dell’utente non più giovanissimo di star dietro al cambiamento, con risultati che chiunque abbia fatto un po’ di consulenza o training in azienda conosce perfettamente.
Sicuramente la soluzione a questo problema non è gettare nel dimenticatoio statale-assistito gli over 60, nè costringerli a faticose rincorse all’ultimo social media di grido, al nuovo tablet connesso alla cloud aziendale, o all’holodeck che verrà. È invece necessario che le aziende facciano uno sforzo per comprendere l’esistenza di un problema, capire che devono fare investimenti per chiudere il gap fra esperienza e aggiornamento, creando una domanda industriale di processi e interfacce a misura di utente “lento”, e a basso impatto cognitivo. In questo modo si riuscirà a valorizzare competenza ed esperienza, evitando di creare nuove generazioni di quasi-sessantenni abbandonati dalle aziende ma troppo giovani per essere assistiti dallo Stato.
agosto 5 2011 |
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Mondoreale
Se per un attimo lasciamo da parte i messaggi ugualmente massimalisti, ad uso esclusivo dei titoli in corpo 40 dei giornali – “va tutto bene, i mercati non c’entrano con la politica”, “va tutto male, è colpa della casta” e via discorrendo – e se per un attimo spegnamo sia le agiografie minzoliniane, sia le drammatizzazioni sceneggiate e punteggiate dai violini di Daniel Bacalov, nel sommesso brusio del quotidiano dove dieci minuti sono dieci minuti, e 8 ore sono 8 ore (trascorse in fila alla posta, o a controllare i bonifici, o a litigare con un cliente, un capo, o un dipendente), la realtà la vediamo lì, proprio davanti ai nostri occhi. Il pasto nudo, lo chiamava Jack Kerouac suggerendo a William Burroughs il titolo della sua opera maggiore, “un attimo raggelato in cui ognuno vede quello che c’è in cima ad ogni forchetta”.
Questo paese è passato dall’economia familiare borghese alla globalizzazione senza passare dalla costruzione di un sistema fluido di mercato orizzontale, dove merci e idee possano camminare rapidamente creando valore. Il risultato è che esistono pochi ricchi che si preoccupano primariamente di conservare il proprio patrimonio (nascondendolo alle Isole Vergini Britanniche o usandolo per speculare in giocattolose e spesso “sicure” scommesse finanziarie), e molti medio-poveri che “tirano a campare”, vedendo il proprio potere d’acquisto eroso ogni giorno, o peggio, pregando di non trovarsi in mezzo a una strada a 40 anni. Nel frattempo, milioni di euro vengono ogni giorno buttati in un enorme calderone statale dove vegeta – più o meno frustrata – una stanca e sregolata moltitudine.
Se questo è il pasto nudo (e lo è), non è difficile scriversi a penna una lista della spesa e mettersi all’opera. Ci provo io, pur non essendo un politico (nè di professione, nè wannabe): Leggi »
maggio 31 2011 |
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Mondoreale
Cè un aspetto che mi ha colpito nella reazione dei notabili del centro destra dopo la sonora scoppola elettorale, e provo a spiegarlo.
Negli anni di sostanziale dominio politico e culturale del giro Bossi-Berlusconi (cioè fino a ieri), ci è stato fatto intendere che il centrosinistra non era in grado di ascoltare la “pancia del paese”. Ve lo ricordate, no? Dicevano che il centrosinistra era ancora legato agli schemi ideologici novecenteschi, che la realtà era cambiata, che i bisogni del paese profondo erano diversi da quel che dell’altro lato si credeva e si intendeva. Una cultura politica post-ideologica, ci si disse, dove i vecchi schieramenti destra-sinistra non contavano più, dove le ricette passavano per l’interpretazione dei “bisogni del popolo”. E giù con le ronde, col fascismo economico spacciato per liberismo, con il velinismo come risposta al precariato, eccetera.
Passano gli anni, e si arriva alle Elezioni Amministrative 2011. Le elezioni locali, come si sa, sono il miglior termometro politico per misurare i mutamenti sociali in atto e “in nuce”, e i risultati li conosciamo tutti. Cosa è successo? E’ cambiato il sentire delle viscere degli italiani? Forse. Ma è lecito però anche un altro pensiero, che mettiamo in forma di domanda: sarà mica che il centrodestra ha cercato di convincerci tutti che il nostro vicino voleva arrostire i musulmani e i gay, un po’ come quando la polizia cerca di farti confessare dicendoti che il tuo compare lo ha già fatto? Bene, il dubbio ce lo hanno fugato gli stessi notabili del centrodestra, che a caldo dopo le elezioni si sono preoccupati di dire immediatamente che i cittadini “si pentiranno della loro decisione” e che “non hanno capito le cose che sono state fatte”. Una reazione scomposta, e niente affatto post-ideologica. Anzi.
Ora però, come si suol dire, il re è nudo, l’omuncolo è uscito dal mascherone come nel Mago di OZ, e abbiamo toccato con mano che nelle realtà locali, quelle dove la vita vissuta è più vicina a chi gestisce le redini della democrazia, esiste un’idea ampiamente maggioritaria di tolleranza, di rispetto reciproco e di bisogno di pacificazione che è funzionale al miglioramento della qualità della vita, e non è invece buonismo d’accatto per garantirsi un’indulgenza. E il centrodestra ha di fronte a se una scelta: o cambia politica, in ossequio al progetto originario di avere sintonia con la pancia del paese, oppure continua con l’approccio ideologico di sempre.
marzo 17 2011 |
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Mondoreale
Se vent’anni fa mi avessero detto che un giorno avrei guardato la bandiera dell’Italia con un piccolo, quasi impercettibile fremito di orgoglio, non ci avrei creduto. Non sono mai stato nazionalista, ho sempre creduto nel superamento dei confini geografici, politici, culturali, di quelle pesanti pareti dentro cui il nostro provincialismo ha prosperato, e continua a prosperare a tutto vantaggio di pochi speculatori. Ma ho da tempo fatto pace con le mie radici, e da tempo vivo una stancante condizione di amore per il paese in cui sono nato e cresciuto, misto a odio per una scatola di latta e cartone da cui non si riesce ad uscire (per incapacità, o forse per volontà).
È per questo che non guardo più con ostilità quei tre pezzi di stoffa verticali colorati, ed è per questo che ho ancora una pallida speranza di poter vedere gli abitanti di questo paese capire, una volta per tutte, che elevare a monarca la rappresentazione simbolica di tutte le nostre peggiori inclinazioni soltanto per giustificare la nostra indolenza, significa distruggere la nostra stessa vita quotidiana. Svegliamoci, santiddio. Altrimenti fra altri 150 anni non solo non ci sarà più l’italia, ma ci saremo divorati il fegato l’un l’altro.
marzo 30 2010 |
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Mondoreale
E così anche oggi, come in qualunque day after di qualunque elezione, si sgranano i rosari delle percentuali. Qualcuno cerca ragioni di esultanza, altri cercano capri espiatori, altri cercano sostegni numerici alle riscosse politiche. Ma ci sono alcune verità che sono sotto gli occhi di chiunque decida di non serrarli: il PD campicchia, Il PDL cala parecchio al Nord, ma soprattutto la Lega ha fatto il botto in più di mezza Italia. E il tema del referendum sulla persona Berlusconi rimane sullo sfondo, un po’ sfuocato.
Il premio al localismo della Lega ci dice che la gente non ne può più dei referendum su Berlusconi, perchè non è lì il problema. Queste migliaia di persone delle province lombarde, venete, piemontesi, emiliane vanno in massa a votare un partito che ha un progetto chiaro in mente, e che parla delle loro case, degli angoli delle loro strade, lì dove la politica è scomparsa da tempo, dove certamente la televisione mistificatrice del cinismo Berlusconiano nutre la paura di tutto ciò che è “altro”, restringe gli orizzonti e concentra l’attenzione sull’eterno oggi, ma altrettanto certamente c’è qualcuno che tutti i giorni si fa il mazzo per riempire il vuoto dei sogni, raccontando credibili prospettive a lungo termine di piccoli mondi migliori, fatti di piccole comunità autosufficienti al riparo dalla globalizzazione e dalla violenza del mondo marcio, brutto e cattivo.
Certo, è probabile che Lega e PDL siano al punto di equilibrio per cui da ora non potranno che mangiarsi l’un l’altro. Ma se dall’altra parte non ricominciamo in fretta a dipingere chiare alternative possibili e realistiche, che tengano conto con serietà dei VERI bisogni, delle VERE paure, e del VERO vocabolario di strada della VERA gente, allora non rimarrà che il deserto. Altro che sol dell’avvenire.
settembre 11 2009 |
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Mondoreale
Da otto anni a questa parte, ogni anno l’11 settembre mi vado a rileggere velocemente questa paginetta di post dedicati all’attacco agli USA, scritti sul mio blog tra l’11 e il 14 settembre 2001. Sono poco più che banali twittate, ma a me rileggerli fa sempre un forte effetto.
febbraio 21 2009 |
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Mondoreale
E così, il PD ha un nuovo segretario. Si chiama Dario Franceschini, ha 50 anni compiuti l’anno scorso, viene dalla DC di sinistra (qualunque cosa questo voglia dire), ed è stato il vice di Veltroni dalla nascita del PD.
Oggi, all’assemblea nazionale dov’è stato eletto, ha fatto un discorso pieno di risposte precise alle precise domande che arrivano dagli (ex) elettori del PD. Un bel discorso, troppo per non sembrare un copione adatto all’occasione. Ora si vedrà se si trattava solo di parole, o se gli annunci corrisponderanno ai fatti. Io credo che questo partito non possa che riprendere una strada quasi ovvia, incredibilmente trascurata in questi due anni: una sana democrazia interna che preveda che le opinioni prevalenti, pur tenendo conto di quelle minoritarie, vengano interpretate dal segretario e dettino una linea chiara, con la quale naturalmente si può essere d’accordo oppure no. In un partito che deve ancora trovare una sua forma (pratica e politica) l’unanimismo di facciata, ovvero il tentativo maldestro di far contenti tutti, conduce inevitabilmente allo stallo, e s’è visto. Quindi, Franceschini o no, è ora che il segretario di questo partito decida una linea, e la persegua, per evitare di essere ostaggio di qualche soggetto.
In stallo, si precipita.